Arrivi e partenze

Alec Ross: riscriviamo il contratto sociale

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Penso che siamo arrivati a un momento in cui possiamo decidere se questo decennio finirà in un modo ancor più brutto o se prendiamo le giuste decisioni, riscriviamo il nostro contratto sociale e non sprechiamo l'opportunità offerta da questa crisi.

"Che tu possa vivere in tempi interessanti", recita una nota maledizione cinese. 
"Interessante", dunque, nella cultura cinese può essere sinonimo di "complesso": e non c'è dubbio che quelli che oggi stiamo vivendo siano tempi decisamente complessi. 
Capire che direzione prenderanno i processi innescati a livello globale da un concorso di cause che rende difficile percepire un disegno unitario, è impresa titanica: per questo è bene sapere a quali voci, nel dibattito contemporaneo, rivolgere la propria attenzione. 

Alec Ross è un uomo che non ha paura della complessità, e questo, parlando con lui, lo si capisce in fretta.
Nel suo impeccabile aplomb, Ross porta una nota mercuriale, inafferrabile, che si intuisce essere il riflesso sociale di una intelligenza pronta a fare connessioni e a leggere nessi fra ambiti anche lontani fra loro. Complessità, appunto, e interesse per le forme che questa può assumere in un mondo frammentato e connesso al tempo stesso com'è quello in cui viviamo. 
Ross vanta un curriculum impressionante per ampiezza di orizzonti e spessore dei ruoli ricoperti in seno a istituzioni prestigiose: è stato consigliere del dipartimento di Stato per l’Innovazione con Hillary Clinton e ha guidato la politica tecnologica per la campagna presidenziale di Barack Obama. Oggi Ross, che ha origini italiane e divide il suo tempo fra Bologna e il Maryland, consegna nelle nostre mani un prezioso portolano per poterci meglio orientare in un momento delicatissimo. 

Nel suo "I furiosi anni venti. La guerra fra Stati, aziende e persone per un nuovo contratto sociale" (Feltrinelli), Ross ci dice a chiare lettere che i prossimi dieci anni sono quelli in cui ci giochiamo tutto, e che per essere all'altezza delle sfide immani che ci si parano davanti, abbiamo bisogno di fare un tagliando strutturale al Sistema Paese: partendo dalla malta essenziale che dà struttura alla nostra società e che ne informa i rapporti fra le parti. Bisogna cioè riscrivere il contratto sociale: ecco l'urgente call to action che "I furiosi anni venti" lancia nella nostra direzione. 

Per cominciare a scalfire la superficie di alcuni dei temi che popolano un libro ricchissimo di informazioni e prodigo di idee e spunti di riflessioni, abbiamo pensato di parlarne direttamente con Alec Ross. L'impressione che abbiamo riportato dalla nostra conversazione ci ha tolto ogni dubbio, casomai ne avessimo avuti ancora: quelli in cui viviamo, sono proprio tempi interessanti. 


I furiosi anni venti. La guerra fra Stati, aziende e persone per un nuovo contratto sociale

Nei prossimi dieci anni le nostre vite cambieranno. Alec Ross conosce molto bene le persone e le regole che governano le big tech e le grandi multinazionali e impongono la metamorfosi esistenziale, politica ed economica che stiamo attraversando. Da insider, Ross svela le logiche del potere di questi colossi, racconta storie affascinanti e geniali di reazione al loro monopolio e così getta le basi per un nuovo contratto sociale, capace di ascoltare i lavoratori e i cittadini di fronte a una rivoluzione globale senza precedenti..

Buongiorno, Alec Ross. Quelli che ci aspettano sono anni cruciali: da come saremo capaci di interpretarli dipende in larga misura quel che accadrà. Da dove cominciare?

Allora, abbiamo cominciato questo decennio in un modo abbastanza brutto... è cominciato quasi con una rivoluzione negli Stati Uniti; è cominciato con una pandemia bruttissima, ma penso che siamo arrivati ad un momento in cui possiamo decidere se questo decennio finirà in un modo ancora piu brutto o se - prendendo le giuste decisioni - riscriviamo il nostro contratto sociale e non sprechiamo l'opportunità di questa crisi.

Il contratto sociale: lei scrive che non è inciso nella pietra, ma a scriverne i paragrafi fondamentali, oggi, sono spesso le grandi aziende. Qual è la ricetta per arginare lo strapotere di molte compagnie il cui modello di crescita è fuori controllo?

Dobbiamo riscoprire un po l'equilibrio che manca adesso nei ruoli tra grandi imprese, governo e cittadini. Per me, questo momento somiglia agli anni dopo la Seconda guerra mondiale, in cui abbiamo in un certo senso riscritto il nostro contratto sociale e c'era un onda di imprenditorialità, qui in italia, che ha creato l'Italia industriale. Assomiglia anche al periodo della rivoluzione dell'Ottocento in cui abbiamo innovato con concetti come la pensione, il salario minimo - anche il concetto del weekend! - per trovare l'equilibrio tra le grandi imprese, i cittadini e il governo. Adesso il mondo è ancora cambiato e nello stesso modo in cui facciamo innovazione tecnologica e scientifica, dobbiamo innovare la nostra politica.

A suo avviso, quali sono oggi le eccellenze che il nostro sistema-paese può vantare? e quali, invece, le debolezze?

Prima di tutto: il talento c'è. Una delle opportunità più grandi che mi viene in mente, quando penso alle competenze italiane, rispetto al mondo che aspettiamo è l'economia circolare.
In realtà la ricerca più importante, le competenze... sono qui in Italia, sono in Europa: quindi possiamo essere tra i protagonisti nella creazione di un mondo più sostenibile. Dal punto di vista delle debolezze direi tre cose: prima di tutto la paura del fallimento. Questo è un problema quasi culturale e non dobbiamo avere troppa paura del fallimento, perché innovare richiede un alto livello di rischio. La seconda cosa è, purtroppo, la burocrazia: è troppa. Essere imprenditori in italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi. Terza cosa: dobbiamo aiutare la prossima generazione ad emergere...

La paura del fallimento in Italia è un problema quasi culturale. Non dobbiamo avere troppa paura del fallimento perché innovare richiede un alto livello di rischio.

... e poi ci sono le donne!

Eh, infatti... le donne, in Italia, sono le risorse più sottoutilizzate. Troppo spesso in Italia una donna, per emergere dev'essere una specie di Wonder Woman. Purtroppo abbiamo una mentalità un po' chiusa, rispetto alle potenzialità delle donne. Se si chiudono gli occhi pensando "CEO" (l'amministratore delegato, NdR) ecco che arriva una caricatura molto maschile... e quindi dobbiamo aprire le porte: non solo perché è la cosa giusta da fare dal punto di vista sociale, ma anche perché cresceremo ancora di più, dando più potere alle donne!


 

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