Arrivi e partenze

Un cerchio magico in cui abitare. La filosofia della casa di Emanuele Coccia

Illustrazione di Laura Bornea, 2021

Illustrazione di Laura Bornea, 2021

Nel suo ultimo libro, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità (Einaudi, 2021), il filosofo Emanuele Coccia affronta il tema della casa, indagandone la componente animista, di mediazione, una pars construens che coinvolge relazioni e cose, in un rapporto privilegiato di cura ed eccezionale intensità.

“Dimenticare la casa è stato un modo, per la filosofia, di dimenticare sé stessa”: ora, la voce raffinata e originalissima di Emanuele Coccia ricostruisce quell’ordine materiale, quell’oikonomìa e quel governo della casa trattati dai filosofi dell’antichità, in un’immaginaria biografia cartografica in cui “prima o poi dovremo rientrare a casa, perché è sempre e solo grazie e dentro una casa che abitiamo questo pianeta.”

Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità

La casa è l'evento morale per eccellenza. Prima che un artefatto architettonico, secondo Emanuele Coccia è un artefatto psichico, che ci fa vivere meglio di quanto la natura consentirebbe. È lo sforzo di adeguare noi stessi a ciò che ci circonda e viceversa.

Partiamo dall’amica immaginaria di tua figlia Colette. Che tipa è? E che ruolo gioca, nella storia di “Filosofia della casa”?

Una sera mia figlia Colette è venuta a cena e ha portato una sua amica. Ha cominciato a parlare con lei. Io devo essermi innervosito e lei, vedendo il mio volto un po’ stizzito, si è girata verso di me e mi ha detto: “Papà non ti arrabbiare! Non fa niente se non la vedi, anche lei non ti vede” E io improvvisamente mi sono accorto che questo atteggiamento animista, capace di animare qualsiasi oggetto e anche i non oggetti che è proprio dei bambini, è un atteggiamento estremamente complesso e riflessivo. Una delle idee portanti del libro è che questo atteggiamento, per cui le cose davanti a noi si animano e acquistano una soggettività, una personalità ed esistono davanti a noi esattamente come il nostro corpo, come un amico o un'amica, una persona cara, è la definizione minima della casa. In fondo, la casa è quel cerchio magico all'interno del quale tutte le cose si animano e all'interno del quale non riusciamo più a fare una distinzione netta tra il nostro corpo, le cose, il corpo degli altri, e tutto è come animato da un'anima collettiva, da un'anima del mondo che attraversa tutto e tutti.

“La casa è un evento morale”, sostieni. In che senso?

Se noi ci chiediamo che cosa significa costruire case, la risposta che ci diamo è “Per vivere meglio”. Poi il contenuto di questo “meglio” è sempre variabile - per qualcuno può essere un “meglio” climatico, non bagnarsi, stare più caldi - in sostanza, ogni volta che costruiamo casa è per vivere più felici. Da questo punto di vista, qualsiasi sia la pratica, la forma, la tecnica, che utilizziamo per costruire casa, noi costruiamo case per produrre un’intensità morale, una forma di felicità stabile non passeggera, non effimera. In fondo, l'idea stessa della casa è un'idea morale prima che architettonica, perché costruire case significa rincorrere questo “meglio”, dargli forma e immaginarlo e, soprattutto, trasformare lo spazio del mondo perché questo “meglio” possa esistere.

Durante il lockdown abbiamo scoperto quanto da nido confortevole la casa possa trasformarsi in ragnatela avvolgente. Come fare, oggi, per tornare a vivere le case nella loro dimensione più propria?

Il compito che ci aspetta è, forse, abbattere i muri delle case e allargare le nostre case. Durante il lockdown, abbiamo cercato di portare molteplici realtà dentro casa attraverso le nostre app digitali; abbiamo portato dentro casa tutto quello che di solito facevamo in città e abbiamo scoperto che già da qualche anno vivevamo in questa schizofrenia tra la casa minerale - una cella di prigione in cui stavamo solo tra pochi - e una casa digitale, in cui siamo coinquilini di trenta, quaranta, cinquanta persone. Quello che dobbiamo fare, per ritornare a vivere nelle case che rappresentano il collettivo di felicità, è di adeguare la casa minerale alla casa digitale, di ricostruire case minerali che siano molto più vicine a dei falansteri o a dei cenobi, a dei castelli in cui abitiamo con così tante persone con cui vogliamo essere coinquilini ogni volta che prendiamo il telefono e chattiamo su Whatsapp.

Alcuni sostengono che il trasloco è un’esperienza emotivamente intensa come quella che si prova col lutto. Tu che hai traslocato più di trenta volte in vita tua, hai qualche suggerimento da dare a chi si accinge 

In realtà, se ci pensiamo, traslochiamo tutti, solo che chiamiamo questi traslochi passeggeri “turismo” e siamo molto attaccati a queste forme di trasloco che però controlliamo bene ed evitano di mettere a soqquadro un radicamento primario. Io credo che, per ragioni molto forti, più che traslocare faremo vite molto più nomadi, ci sposteremo molto di più di quello che facciamo oggi, perché se le case riassorbono dentro di sé le città, le nostre vite saranno viaggi di case in case, un po’ come nel Medioevo si viaggiava di castello in castello; e questo forse sarà tutt'altro che spiacevole, un modo per scoprire o inventare nuove forme anche di socialità.

Per me “casa” oggi, è il posto dove scrivo

Cos’è, oggi, “casa” per te?

Per me “casa” oggi è il posto dove scrivo. Perché è il primo rito attraverso cui mi approprio di uno spazio, attraverso cui capisco se posso stare in uno spazio, essendo la scrittura l'emozione più forte che cerco e che mi capita di vivere. Sapere se riesco a scrivere in uno spazio, cioè sapere se riesco in fondo a sfregare matita e carta per produrre visioni inattese: la scrittura è una forma di cucina della mente, quindi si tratta di sapere se riesco a cucinare le parole, le idee e le immagini per produrre qualcosa che mi stupisce. Quello è il primo test a cui sottopongo uno spazio, anche se cambierei casa, letto ogni sera se potessi.

Armadi, corridoi, cucine, salotti, bagno… qual è lo spazio (o l’oggetto) che a tuo avviso è più difficile da decifrare, negli spazi in cui viviamo?

Forse l'oggetto, lo spazio che per me resta più misterioso e enigmatico in questo cerchio magico che è la casa è il letto. In parte perché ho sempre difficoltà ad accettare di dover andare a letto - sono uno che rimanda questo momento costantemente - ma poi perché, riflettendoci mentre scrivevo il libro, ho realizzato che il letto è questo strano teatro che abbiamo inventato per parcheggiare la nostra anima. Noi non ci pensiamo, ma deponiamo, proprio come una macchina, il nostro corpo in questo spazio e per cinque, sei, sette ore scompariamo per tutti e siamo strane macchine, strane forme di coscienza che restano desaparecidos per un tot di ore al giorno. E nessuno sa cosa succede in queste sei sette ore al giorno, soprattutto non noi, e sono le case a custodire questo mistero, queste scomparse, questi smottamenti psichici quotidiani. Tutti facciamo finta che sia normalissima come cosa, quando invece dovremmo essere scioccati ogni giorno: mi sembra una delle forme più belle di addomesticamento del mistero, questo mistero assoluto che chiamiamo sonno, sogno in cui non si sa cosa succede. Abbiamo trovato un modo per rendere più bello e più comodo possibile il contatto con questo mistero che non possiamo che ignorare.

…beh, allora, visto che tu dividi il tuo tempo fra Italia e Francia, avrai avuto modo di fare una riflessione sulle diverse misure dei letti matrimoniali…

Il problema non è solo il letto. Le case francesi sono molto più piccole di quelle italiane soprattutto a Parigi. Credo che ci siano ragioni economiche legate al appunto al fatto che a Parigi il mercato immobiliare sia impazzito da sempre. E ragioni storiche, perché il modello della coabitazione in Francia, soprattutto a Parigi, è la corte, e la corte regale era uno spazio in cui tutti i cortigiani si ammassavano in spazi minuscoli per poter restare accanto al re. Quindi le misure degli spazi domestici erano più piccole. Forse è questa la ragione ultima delle dimensioni lillipuziane degli appartamenti parigini o forse è solo una scarsa cura per questi momenti domestici. Però sì, dovremmo ritornare a un'estetica domestica del castello, a spazi ampissimi, enormi.  

I libri di Emanuele Coccia

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