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Almanacco di Dicembre

Dicembre. Parliamo di festa. Quasi obbligatorio.

Ma facciamolo cominciando da lontano. Quando nell’antica Roma, a fine mese arrivava il tempo dei saturnalia. Tempo di banchetti e sacrifici a Saturno in quanto dio della semina. Tempo di festa, di doni e di sovversione delle regole, dove gli schiavi possono essere persino serviti dai padroni. Le statuette di gesso che riempiono i mercati sono le immaginette, i sigilla, dedicate a Saturno: le potete regalare agli amici, assieme magari a qualche altro oggetto, un libro, un vassoio. Se poi avete bambini, date loro direttamente i soldi per andarsene al mercato, perché questa è anche e soprattutto la loro festa. E se pensate che statuette e doni per i bambini nel mese di dicembre vi ricordino qualcosa, si tratta probabilmente di una giusta associazione. Anzi, a tutto questo bisognerebbe pure aggiungere le feste successive di fine dicembre, i compitalia, in cui si festeggiano i Lares, le divinità della vita domestica, adornando le loro immagini con palle di lana e piccole bambole all’interno delle edicole erette in loro onore. Tutto un fiorire di statuette e figurine, insomma, attorno a cui si celebrano legami religiosi e famigliari. E il fatto che tutto questo assomiglia ad inverni a noi molto più vicini non è affatto un caso. É che il passato abita noi; spesso nascosto in un luogo profondo, ma non per questo meno capace di vita. Come la natura d’inverno appunto.

Inverno. Il racconto dell'attesa
Inverno. Il racconto dell'attesa Di Alessandro Vanoli;

Il gelo e la neve: una bianca, gentile, morte che porta in sé nascosta la promessa della vita. Raccontare l’inverno obbliga a fare i conti con le nostre paure e i nostri limiti, e con una parte profonda della storia umana.

Così fu che quando il culto cristiano cominciò a diffondersi per l’impero, le vecchie abitudini non morirono ma si trasformarono. Non solo per gli usi dei regali, ma anche e soprattutto per la data stessa della festa. Nei Vangeli non c’era nulla riguardo alla data di nascita di Gesù e i fedeli dovettero lavorarci un po’ su. Non sappiamo chi decise il giorno della festa, ma sappiamo che apparve abbastanza presto. E forse non si trattò neppure di una vera e propria decisione, forse fu più che altro una progressiva sovrapposizione. Ai tempi dell’impero romano i culti provenienti dall’Oriente erano numerosi. Tra questi era giunto anche un culto solare, il Sol Invictus, che univa elementi egizi alla tradizione persiana del dio Mithra, la cui nascita si festeggiava da tempo proprio il 25 dicembre, cioè due giorni dopo il solstizio d’inverno. E probabilmente i cristiani, che queste feste conoscevano e vivevano, ci colsero una sorta di assonanza. Non ci volle molto: la prima testimonianza scritta della celebrazione del Natale il 25 dicembre risale all’anno 354 e si trova citata nel Cronografo romano, una sorta di almanacco recante la lista delle feste cittadine. Ma non fu certo un’operazione immediata e definitiva. Ancora un secolo dopo, nel 460, pare che molti credenti si confondessero un po’: lo notava seccato papa Leone I, ricordando che a Natale i cristiani salivano la scalinata di San Pietro e prima di entrare si voltavano verso il Sole, piegando la testa in suo onore…

E anche così, la questione rimase comunque confusa. Perché per la festa c’era un’altra soluzione possibile. Bastava guardare a oriente. Sin dall’inizio, infatti, molte chiese orientali e di lingua greca avevano preso l’abitudine di festeggiare nei primi giorni di gennaio. Ma ne riparleremo il prossimo mese.

La domanda che qui conta è quella sul Natale, che tutti immaginiamo come una festa antica, magari oggi rovinata dal consumismo. Beh, la prima notizia è che la festa è antica, certo, ma non ciò che le ruota attorno: l’albero ad esempio lo si cominciò ad usare nel Nord Europa nel tardo medioevo, ma nelle piazze non in casa. E i doni ai bambini certo, ma erano dolci o poco più. Il Natale che conosciamo noi, quello delle candele accese, dei dolci della tradizione, del calore di un camino acceso, dei giocattoli sparsi sul pavimento, quel natale cominciò a mostrarsi solo a fine Settecento, tra le famiglie borghesi del nord Europa; ed era una vera novità. Erano tempi in cui si ricostruiva la tradizione alla ricerca di una nuova identità dei popoli e così il Natale tedesco cominciò ad essere sentito in maniera nuova: festa cristiana certo, ma anche festa che si legava al passato pagano dei popoli germanici. La magia, insomma, e gli esseri fatati cominciarono ad avere un ruolo non secondario in quelle giornate d’inverno. Poi c’era tutto il resto: l’albero, la famiglia riunita, le decorazioni, i doni ai bambini. Tutti elementi che contribuirono a formare il cosiddetto Weihnachtsstimmung, quell’atmosfera natalizia che di fatto nasceva allora. E che nasceva anche per un motivo quasi banale ma non scontato: il riscaldamento delle case che allora era una vera e propria innovazione. Perché un natale del genere funziona se il freddo e la neve rimangono fuori e possono essere ammirati al caldo, dalla finestra. È quello il Natale raccontato da E.T.A Hoffamnn nel 1816 nel suo celeberrimo Schiaccianoci e il principe dei topi. È quello il Natale delle musiche da cantare in coro, che nacquero proprio allora, perché per quella festa domestica servivano riti, cibi, tradizioni, favole ma anche musiche. Stille Nacht, heilige Nacht, quella che noi conosciamo come Astro del ciel e mezzo mondo come Silent night. O Tannenbaum (l’inglese Oh Christmas tree) è del 1818.

Ma ogni invenzione che si rispetti ha bisogno di una narrazione che, per così dire, la incornici; che ne fissi per sempre le forme rendendola evidente a tutti. Per quel nuovo Natale che stava nascendo ci pensò Charles Dickens a dare all’Inghilterra e al mondo intero quello che le serviva. Era il 1843 quando scrisse Canto di Natale. La trama la conoscete di sicuro: un vecchio banchiere Ebenezer Scrooge, ricco, avido ed egoista, e la visita di tre spiriti che gli ricorderanno il senso del Natale. E a ben guardare si tratta di una fiaba completamente secolarizzata dove si trova un solo riferimento a Gesù in tutto il libro. Una favola per borghesi che non avevano più bisogno delle loro radici cristiane per trovare la propria morale. A Natale bisogna essere tutti più buoni: prima ancora che un avvento, c’era il senso di una comunità e di antichi legami che andavano rinnovati. Un nuovo tipo di calore su cui si sarebbe costruito il Natale del secolo successivo.

E quindi, per tutto questo, occorre ora fare i conti con Babbo Natale. E non so come vi ponete voi riguardo a questa storia. Ma tanto vale che ora ve lo dica: Babbo Natale esiste.

Andiamo con ordine. I bambini innanzi tutto. Lo abbiamo visto prima. Il Natale era una festa dei bambini già da secoli. Ma parlare di bambini vuol dire parlare di regali. Anche in questo caso le tracce erano ovviamente antiche: frutta e dolciumi facevano parte delle cose che tradizionalmente i bambini ricevevano da secoli. Ma in questo nuovo Natale borghese e familiare, i regali cominciarono a prendere un’importanza sempre maggiore. In fondo Hoffmann ne aveva fatto il centro del suo racconto non a caso. Il riscaldamento delle case e dei luoghi pubblici contribuì non poco a far sì che il Natale diventasse una festa anche dei negozi. Dei grandi magazzini soprattutto. Centri imponenti dove si celebrava una nuova idea di consumo e, con essa, anche di Natale. Harrods aprì i battenti a Londra dopo il 1843 (anche se si trasformò in grande magazzino più tardi), e a ruota seguirono i Grands Magasins du Louvre a Parigi nel 1855 e Macy's a New York nel 1858. In quei luoghi il Natale divenne presto un rito nel rito: un’esplosione di addobbi, parate, personaggi in costume, giochi meccanici nelle vetrine e naturalmente Babbi Natale seduti in trono davanti a una fila ordinata di bambini in attesa di salire sulle loro ginocchia.

Ecco, Babbo Natale appunto. Anche in questo caso c’erano tracce antiche. Gesù bambino era uno degli incaricati possibili, anche se in molte parti d’Europa il suo ruolo era spesso usurpato da altri personaggi: San Nicola su tutti, ma anche esseri selvatici impersonati con maschere e costumi per le vie dei villaggi. Di Babbo Natale nessuna traccia, almeno fino a metà Ottocento. Fu più o meno in quel periodo infatti che per la prima volta in Germania si parlò di Weihnachtsmann e negli Stati Uniti di Santa Claus. Il nome inglese tradisce parte della provenienza: il Sinterklaas che gli olandesi avevano portato in America e che era, almeno nel nome, un’ennesimo adattamento di San Nicola. Ma già in quella figura era finito di tutto: le tradizioni relative ai folletti e agli uomini selvatici del folklore nordico e persino qualche traccia del dio Wotan (forse recuperata attraverso le suggestioni medievaliste romantiche). Sia come sia, questa serie di elementi piuttosto eterogenei finì col fissarsi in un personaggio. Lo troviamo una delle prime volte come distributore di doni nelle History of New York di Washington Irving (1809), ma sarebbe stata soprattutto un’immagine a fare la sua fortuna. Era la vigilia di Natale del 1862 e infuriava la Guerra Civile; sull’Harper’s Weekly apparve un’immagine intitolata Christmas Eve: si vedeva una giovane madre che pregava mentre i due figli dormivano e il marito, raffigurato in uniforme, era lontano sul Potomac; in alto apparivano due piccoli Babbi Natale, uno che lanciava dei giocattoli ai bambini, l’altro che gettava doni ai soldati. Il personaggio diventò da subito un successo: il vestito bordato di pelliccia, la barba bianca, le guance rosee. Una sorta di incarnazione dello spirito d’abbondanza americano, con un po’ di elementi della tradizione nordica europea. Un essere benevolo interamente incentrato sui bambini. Ne vennero libri per bambini e molte altre immagini. Ma il successo, quello mondiale arrivò dopo qualche decennio. Fu negli anni Trenta del Novecento, quando la Coca Cola decise di farne il protagonista della sua nuova campagna pubblicitaria natalizia. A dargli il volto fu Haddon Sundblom, che si rifece peraltro alla forma del suo steso viso. Il successo di quell’immagine fu impressionante e superò decisamente i confini statunitensi. Forse è per questo che nacque l’idea secondo cui Santa Claus fosse sostanzialmente un’invenzione della  Coca Cola, a cominciare da quel suo vestito che avrebbe richiamato in realtà i colori del suo marchio. No, Babbo Natale era precedente, ma è indubbio che quella pubblicità aveva contribuito a fare di lui un personaggio globale e ad accelerare notevolmente la sua diffusione. Dieci anni dopo non c’erano più dubbi. Bastava andare al cinema per rendersene conto. Miracolo della 34a strada, 1947,  una pellicola che a suo modo sarebbe diventata un modello di tutti i successivi film di Natale: lì la questione non era più se Babbo Natale esistesse, ma come poterlo dimostrare. E in un paese di serio Common Law come gli Stati Uniti, era evidente che un simile problema non poteva che essere risolto davanti a un giudice. E le prove, ovviamente, sarebbero state a dir poco abbondanti.

Ma non fate l’errore di pensare che tutto questo si riduca a uno scherzo consumistico, a qualcosa che ci hanno venduto gli americani. Come insegnano gli antropologi, quando tu credi a qualcosa, quel qualcosa in un certo modo esiste. E tu credi a qualcosa perché l’intera società partecipa della tua credenza. Certo, mi direte, ma questa è una cosa per i bambini... allora lasciate che vi racconti un’altra storia.

Era il 23 dicembre del 1951. A Dijon, in Francia, Babbo Natale fu giustiziato: impiccato alle grate della cattedrale e poi bruciato sulla pubblica piazza. Nel comunicato dei carnefici si poteva leggere:: «In rappresentanza di tutti i cristiani della parrocchia desiderosi di combattere la menzogna». Nulla di che: i fanatici e i fondamentalisti ci sono sempre e hanno un disperato bisogno di farsi notare. Ma la notizia una qualche eco nazionale la ebbe e finì sotto gli occhi di un antropologo. Beh, non un antropologo qualsiasi: Claude Lévi-Strauss, uno che aveva indagato le strutture profonde di società lontanissime, uno che il pensiero del Novecento non l’aveva studiato, ma aveva contribuito direttamente a fondarlo. Claude Lévi-Strauss si mise dunque a riflettere seriamente su Babbo Natale e ne trasse alcune considerazioni. Era evidente, infatti che il Natale e i riti ad esso collegati hanno conosciuto momenti momenti diversi nella storia e che quello attuale (nel 1951), quello dalla forma più americana, non fosse altro che la più moderna di tali trasformazioni. Elementi molto antichi si mescolavano tra loro e con altri più recenti. Come tutti gli antropologi (soprattutto quelli francesi...) parlava un po’ in difficile:

Babbo Natale è dunque, innanzi tutto, l’espressione di uno statuto differenziale tra i bambini da una parte, gli adolescenti e gli adulti dall’altra. A tale proposito egli si collega a un vasto insieme di credenze e di pratiche che gli etnologi hanno studiato nella maggior parte delle società, cioè i riti di passaggio e di iniziazione

Claude Lévi-Strauss

Questo per dire che Babbo Natale non era poi questa cosa così strana e incomprensibile, ma che stava all’interno di strutture riconoscibili. Poi continuava con degli esempi presi soprattutto dalle Americhe che erano i luoghi in cui aveva più lavorato. Cos’era dunque Babbo Natale? Innanzi tutto non era un essere mitico, diceva Lévi-Strauss, perché non esiste alcun mito che ad esempio dia conto della sua origine; non era neppure un personaggio leggendario, perché non c’era alcun racconto collegato alla sua figura. No, Babbo Natale era un’altra cosa: era una sorta di divinità, un’entità sovrannaturale, immutabile, caratterizzata da apparizioni periodiche e fisse. Una divinità oggetto di venerazione da parte di una specifica categoria di persone: i bambini. Una divinità gestita però dagli adulti che sebbene non credano alla sua esistenza, si occupano nondimeno di incoraggiare i bambini nel loro culto.

Ne conseguono un sacco di cose: l’idea di iniziazione, la natura dell’opposizione tra adulti e bambini e altro ancora. Ma per Lévi-Strauss Babbo Natale aveva decisamente le caratteristiche di un dio. Un dio per giunta di grande antichità se è vero che è piuttosto facile vederne le caratteristiche che lo conducono sino ai saturnali romani.

Insomma, la lezione era facile; e malgrado ogni deriva consumistica rimane attuale: non fatevi trarre in inganno dai dalla vostra inevitabile disillusione di esseri adulti: state aiutando dei bambini a credere in qualcosa e questo va già bene.

Ormai, infatti, dovremmo averlo capito che quel Natale “delle origini” non è mai esistito. Non almeno nella forma in cui oggi lo desideriamo o lo sogniamo. E quel che ci rimane non è forse da buttare come pensiamo. Certo, affermare che “a Natale siamo tutti più buoni” è un po’ sotto il minimo sindacale. Ma a guardarlo dal punto di vista originario, quello della festa che non ha mai cessato di esistere, quello del rinnovamento stagionale e di un antico dispensatore di doni, un senso ce l’ha anche al di là di particolari fedi o credenze. Perché le feste non muoiono facilmente: si trasformano forse, cambiano forme e riti, ma sopravvivono. Il Natale e dicembre ci chiedono qualcosa e noi forse abbiamo qualcosa ancora da chiedere a loro.

Libri per assaporare la magia di dicembre

Inverno. Il racconto dell'attesa

Di Alessandro Vanoli | Il Mulino, 2018

Natale Dickens

Di Charles Dickens | Mondadori, 2023

Il libro di Natale

Di Selma Lagerlöf | Iperborea, 2012

Lo Schiaccianoci

Di Ernst T. A. Hoffmann | Rizzoli, 2018

Vita e avventure di Babbo Natale

Di L. Frank Baum | Rizzoli, 2021

Caro vecchio Natale

Di Washington Irving | Garzanti, 2021

Lettere da Babbo Natale

Di John R. R. Tolkien | Bompiani, 2017

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