Diario di bordo

12 dicembre 2021

Venerdì 10 Dicembre

Sono sicuro che anche se non lo sarete fisicamente, perché non siete di Milano o perché sarete fermati dalla neve, il 12 dicembre sarete tutti in piazza Fontana, dove 52 anni fa scoppiò la bomba che stravolse e intristì la storia d’Italia e forse solo adesso comincia a smettere di opprimerla. L’insegna “Banca nazionale dell’Agricoltura” è rimasta lì, benché la banca non ci sia più da tantissimo tempo, ma da due anni nella piazza c’è una “pietra d’inciampo”, come quelle che in molte città ricordano la deportazione di 8.000 ebrei italiani. Invece di: “in questa casa visse XX, morto assassinato ad Auschwitz nel 1944”, qui c’è scritto: “Qui venne compiuta la strage, ad opera del gruppo di estrema destra Ordine Nuovo”. Intorno, a fare da corona, i nomi delle 17 vittime dell’esplosione: agricoltori, sensali, mercanti di grano e di bestiame che erano convenuti come da tradizione alla banca per i loro affari. A poche decine di metri, sul prato della piazza, alla maniera dei cimiteri inglesi, ci sono due lapidi che quasi si guardano e che stranamente riguardano la stessa persona. In una si ricorda il ferroviere anarchico Pino Pinelli morto in Questura, nell’altra si ricorda la stessa persona uccisa in Questura. La seconda è coperta di fiori, come da sempre.

A 52 anni di distanza, della più grande ferocia e del più grande inganno che hanno plasmato due generazioni di italiani, penso si possa orami dire che i misteri sono dissolti: sappiamo tutto, o quasi tutto. Sì, fu Ordine Nuovo (il gruppo nazifascista veneto di Freda, Ventura, Zorzi, Maggi, che prima di questo aveva compiuto attentati alla Fiera di Milano e ai treni nelle stazioni), ma tutto questo non avrebbe potuto farlo se il gruppo non fosse stato protetto, finanziato ed aiutato da una delle strutture allora più misteriose dell’Italia uscita venticinque anni prima dal fascismo: la Divisione Affari Riservati del Ministero degli Interni, una specie di superservizio segreto – allora misterioso, ma di cui tutti, i ministri democristiani dell’epoca in testa, avevano una maledetta paura. Furono gli Affari Riservati e il SID ad organizzare la strategia del terrore in Italia, che molte repliche avrà poi, dopo piazza Fontana.

Ma queste cose si sanno solo da poco, più o meno da una decina d’anni. Prima il panorama della falsificazione ha annoverato: la pista anarchica, la doppia pista, la doppia bomba, la bomba esplosa per sbaglio, le accuse a Valpreda (i più vecchi si ricorderanno il famoso taxista), i sospetti infami su Pinelli; la protezione da parte dello Stato degli assassini, la sottomissione della magistratura (giudici sostituiti, giudici intimiditi, processi spostati, prove distrutte, indagini non fatte) quando non apertamente collusa con il potere politico del momento; il comportamento della Questura di Milano che dichiarò il falso sulle circostanze della morte di Pinelli e per trent’anni negò che gli uomini degli Affari Riservati (34 in tutto) avessero preso possesso della Questura stessa e di lì avessero organizzato il depistaggio.

Tutto questo è venuto fuori poco a poco, non grazie a chi doveva scoprire la verità, non grazie a chi, per Costituzione, ha il dovere di proteggere i cittadini, ma principalmente da quella che noi chiamiamo “l’opinione pubblica” e che potremmo anche definire “la democrazia”. Da mezzo secolo, a partire da quel “monumentale silenzio” dei funerali delle vittime in piazza Duomo, ai cinquanta cortei che ogni anno si sono succeduti, all’impegno degli anarchici e a quello delle vittime di questa e di altre stragi, la democrazia – questo tipo di democrazia - è in lotta con il cuore di tenebra della repubblica italiana.

Però, sta vincendo.

Intervista a Enrico Deaglio realizzata per IBS laFeltrinelli nel 2019 in occasione del 50° anniversario della strage di Piazza Fontana

Una postilla. Nel settembre scorso, durante le prove per costruire questa rubrica, proposi questa breve notizia, che era passata inosservata:

E’ morto, a quasi cent’anni, a Johannesburg, Sudafrica, uno degli ultimi protagonisti-testimoni della strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Si chiamava GianAdelio Maletti, generale, capo del SID, che si adoperò per proteggere e far espatriare gli assassini, ovvero il nucleo padovano dell’organizzazione nazifascista “Ordine Nuovo”. Condannato per “depistaggio”, disse di aver agito per “senso dello Stato”; poi emigrò in Sudafrica dove ha vissuto dal 1981, praticamente indisturbato. Nel 2018 Maletti è stato intervistato a lungo da due tenaci giornalisti investigativi, Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini, ai quali ha, per la prima volta, “vuotato il sacco”.  Agghiacciante il suo racconto della morte di Pino Pinelli . “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade. La morte dell’anarchico non era voluta,  tutti i presenti furono colti da sgomento e apprensione. La verità non li avrebbe sottratti da gravi sanzioni penali. Perciò si impegnarono ad avallare, per il bene proprio e delle istituzioni, la tesi del suicidio”.

Il generale aggiunse che questa ricostruzione era nota a tutti i vertici dei servizi segreti.

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