La redazione segnala

Aspettando il Natale... sulla scia della poesia di Guido Gozzano

Illustrazione digitale di Cecilia Viganò, 2023

Illustrazione digitale di Cecilia Viganò, 2023

 «Nel cielo fu la Stella» e se guardiamo in alto possiamo ancora scorgere quella cometa di versi che ha resistito alla fiamma del tempo.


Natale

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone, chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)
c’è accanto a Gesù Bambino
un bue giallo, un ciuco nero

 

 Il poeta dell’ironia e del quotidiano colloquiare nasce a Torino il 19 dicembre 1883:

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca | tuttavia d’un tal garbo parigino, | in te ritrovo me stesso bambino, | ritrovo la mia grazia fanciullesca | e mi sei cara come la fantesca che m’ha veduto nascere, o Torino!

 È proprio fra la città natale e Villa Il Meleto – la residenza estiva della famiglia – che, con incedere lieve, Guido Gustavo Gozzano traccerà le prime linee del suo universo poetico.

«[…] il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco, Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po’ scialbi, le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici […]», una collezione di farfalle: sono i cocci di fragile speranza che riempiono la vita del «vecchio giovane» poeta.

I colloqui e altre poesie
I colloqui e altre poesie Di Guido Gozzano;

La collana «Interno Novecento» ripropone la raccolta che consacrò Guido Gozzano (1883-1916) come un classico: "I Colloqui" (1911). Il libro si arricchisce di una scelta dei più riusciti e celebri testi dell'altra silloge da lui pubblicata nella sua breve vita ("La via del rifugio", 1907), e di quelli rimasti dispersi in rivista o del tutto inediti.

Nel 1904 si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza che abbandonerà per vestire di parole l’anima di quel «moribondo che non vuole morire» oramai tormentato dalla perfezione della «Signora vestita di nulla».

È del 1907 infatti il primo componimento poetico, La via del rifugio, che – come ha scritto Edoardo Sanguineti – appartiene alla «preistoria della poesia gozzaniana» seguito nel 1911 da una seconda raccolta di ventiquattro liriche: I colloqui.

Lo scrittore e critico letterario Renato Serra scriveva:

Ognuno conosce la ricetta del fare del Gozzano. Argomenti provinciali ed infantili, signorine un po’ brutte, cose un po’ vecchie, crinoline, ricami del colore di rose tea; ambiguità dell’amore senza passione, del sentimentalismo senza sentimento e dei profumi senza odore; e poi i versi che sono prosa; le monotonie che diventano varietà e la cascaggine che diventa forza; l’enfasi dell’accento e della rima messa su tutti i punti più banali; quell’aria di dare come nuove e commoventi tutte le cose tristi e mediocri

Sospese fra realtà e mondo immaginifico, alcune figure femminili hanno tessuto l’ordito di questo controverso poeta del Novecento italiano. Protagoniste del solitario peregrinare gozzaniano queste donne vivono tutt’oggi attraverso le sue potenti liriche: Primavere romantiche, L’amica di Nonna Speranza, La Signorina Felicita, Cocotte e Una risorta.

A fare da cornice al lento scorrere quotidiano c’è tuttavia il mal sottile e nel 1912 lo scrittore delle piccole cose parte per l’India alla ricerca di un antidoto alla sua inevitabile breve vita.

Dall’alto di quest’isola d’Elefanta – tomba del passato – si contempla l’isola di Bombay – cuna dell’avvenire – e nessun contrasto è più profondo e più significativo. […] Meglio non essere nati. Certo. Ma essendo nati… adagiarsi nella vita con tutti i beni che la vita può dare

Verso la cuna del mondo (1917)
Verso la cuna del mondo. Lettere dall'India

Tra il febbraio e l'aprile del 1912 Gozzano compie un viaggio in India, che lo porterà a visitare la città di Bombay e l'isola di Ceylon. II viaggio in India finisce così con il riverberarsi su tutta la produzione gozzaniana, all'interno della quale "Verso la cuna del mondo" appare pertanto come un testo fondamentale.

Attraverso la maschera della malattia Gozzano trova la propria voce. Quella voce che la gravità della vita aveva ammutito. E la parola levita. E si fa crisalide in quel ciclo interrotto dalle ombre dell’esistenza.


Alle soglie

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia… Sono i dottori.

Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.

E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi… A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli…

«Appena un lieve sussurro all’apice… qui… la clavicola…»
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.

«Nutrirsi… non fare più versi…nessuna notte più insonne…
non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi:

Nervi.… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia…»


 

Riconosciuta come un classico della letteratura moderna, la produzione gozzaniana rischia di essere cancellata dalle coordinate della memoria rendendo vane le parole di quel «fratello muto» tanto caro all’alter ego del poeta e pronto per spiccare il volo. Scrive in Piumadoro e Piombofino, fiaba tratta dall’opera postuma La principessa si sposa (1917):

Sui quattordici anni avvenne a Piumadoro una cosa strana. Perdeva di peso. […] Ma col tempo divenne così leggera che […] il vento se la ghermì, se la portò in alto, in alto, in alto, come una bolla di sapone… […]. Piumadoro, la farfalla, la cetonia ed il soffione proseguirono il viaggio, trasporatti dal vento. […] Nella Reggia si era disperati. Il Reuccio Piombofino aveva sfondato col suo peso la sala del Gran Consiglio e stava immerso fino alla cintola nel pavimento a mosaico. […] Ormai il peso del giovanotto era tale che tutti i buoi del Regno non bastavano a smuoverlo d’un dito. Medici, sortiere, chiromanti, negromanti, alchimisti erano stati chiamati inutilmente intorno all’erede incantato.

Diciannove dicembre duemilaventitré.

La Notte Santa si avvicina.

Lasciamoci impreziosire dalle «buone cose di pessimo gusto».

Scopri il nostro articolo sull'anniversario di Guido Gozzano 

Guido Gozzano, centoquarant'anni dopo: vita, opere, bibliografia

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Guido Gozzano è stato un poeta italiano. Ha scritto Alberto Rollo: «Nessuno come Gozzano ha saputo sedurre e cancellare le tracce della seduzione, stare fra il racconto e la sua negazione, fra gli entusiasmi globali del liberty e il miraggio della libertà, alla fine dei primi dieci anni del secolo, quando tutto pareva possibile». Abitò quasi sempre a Torino fino alla morte per tubercolosi, malattia di cui aveva avvertito i sintomi fin dal 1904. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza non terminò mai gli studi, preferendo frequentare i circoli letterari cittadini, che gli fecero conoscere alcune esperienze internazionali del decadentismo europeo, da Jammes a Maeterlink a Verhaeren. Spesso soggiornò, anche per curarsi, nell’antica villa di Aglié Canavese, «Il Meleto», e sulla riviera ligure. Tra il dicembre del 1912 e il febbraio del 1913 fece un viaggio in India e a Ceylon che raccontò in una serie di articoli sulla «Stampa», poi raccolti postumi, nel 1917, nel volume Verso la cuna del mondo. Nel 1907 pubblicò la prima raccolta di versi, La via del rifugio, che gli assicurò subito successo di pubblico e di critica. Ma la sua poetica si definì in termini più precisi e originali nei Colloqui, una raccolta del 1911, che contiene alcune delle sue composizioni più note, come il poemetto La signorina Felicita. Di minor valore i volumi di novelle e di fiabe (I tre talismani, 1914, e i postumi La principessa si sposa, 1917; L’altare del passato, 1918; L’ultima traccia, 1919) e l’incompiuto poemetto entomologico Le farfalle; mentre è interessante, sul piano del documento biografico, il carteggio (Lettere d’amore, postume, 1951) con Amalia Guglielminetti, che fu legata a G. da un’inquieta relazione. Concentrata attorno alle due raccolte di versi, la sperimentazione poetica di G. occupa un posto centrale nella letteratura e nel gusto del Novecento. Esempio di «dannunzianesimo rientrato» (Sanguineti), G. riconduce una certa manipolazione manieristica del linguaggio a un patetismo borghese, ingenuo e provinciale, ma criticamente realistico e soprattutto capace di uno straniamento ironico rispetto al «sublime» poetico proclamato dal «canto» dannunziano. Vale a dire che, recuperando la lezione pascoliana e distanziandosi dal liberty e dal simbolismo, egli rinnova lo status stesso della poesia, evidenziando la collocazione equivoca del poeta nella cultura e nella società contemporanea. Tutto questo si trasforma, sul piano stilistico, nella capacità di dar vita a un dettato prosodico che, muovendosi su un registro depurato dall’enfasi, ripropone un rapporto sentimentale, non declamato, con la realtà. Iniziatore del cosiddetto crepuscolarismo, G. ha esercitato un influsso notevole su alcuni poeti di questo secolo, in particolare su Montale.Illustrazione di Valentina Zotti, 2023

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