Diario di bordo

Una scommessa vinta in Nevada

Lunedì 14 novembre

Dal nostro inviato a San Francisco, Enrico Deaglio

Un enorme sospiro di sollievo – un colossale “... dica trentatrè. Ora espiri” – è arrivato sabato sera (qui, da voi notte) all’annuncio della vittoria democratica in Nevada, che metteva al sicuro il Senato da qualsiasi possibilità di ritorno di fiamma estremista.

Tutto quello che non osavamo quasi più sperare, intossicati com'eravamo da social media, opinionisti, sondaggisti, si è invece verificato: gli americani sono andati in massa a votare (... e di nuovo hanno utilizzato il voto per posta, che facilita molte cose). E per cosa? Per la difesa dei diritti delle donne, e poi della democrazia, e poi del proprio welfare, e infine, perché no, anche degli ucraini; hanno avuto la meglio su proposte di odio, di paura, di sadismo - perché queste erano e nulla più - che venivano dai candidati repubblicani, tutti guidati o intimiditi dal puparo Donald Trump. Eppure, era comune sentire pronosticare “la disfatta democratica”, perché “viviamo tutti in una bolla”, “la polarizzazione è alle stelle”, “i democratici sbagliano tutto”, “Biden è vecchio”, “i repubblicani sono pieni di soldi e possono comprarsi tutte le elezioni che vogliono”.

E invece è andata come in un vecchio film di Frank Capra sulla democrazia americana, tipo “Mr.Smith goes to Washington”.

John Fetterman, in Pennsylvania, ha vinto nonostante avesse subito un ictus devastante; anzi, forse ha vinto proprio per quello, e per la voglia che ha dimostrato di tirarsi su.
Mark Kelly, in Arizona, è il marito di Gabby Giffords, deputata democratica a cui un estremista di destra sparò in testa, 11 anni fa.
Eravamo a Tucson e il proiettile le attraversò in cervello. Sopravvisse, però, per diventare insieme al marito, la testimonial più ascoltata contro la vendita di armi senza controllo.
Il pastore Raphael Warnock, in Georgia ha vinto (ma ci sarà un ballottaggio il 6 dicembre) contro una gloria del football locale di qurant’anni fa, scelto direttamente da Trump solo perché era anche lui nero di pelle; un tipo che vuole mettere in galera le donne che abortiscono, ma manda le sue amanti ad abortire e non riconosce i figli (questa storia sarebbe piaciuta a Tennessee Williams).
Catherine Cortez Masto, prima senatrice “latina” al Senato americano, ha vinto per il voto dei camerieri, facchini, prostitute, inservienti, cuochi, camerieri degli hotel e casinos di Las Vegas in una storia che sarebbe piaciuta a Karl Marx, a Bertolt Brecht e a Lucky Luciano.

La lista è lunga, ma parla tutta la stessa lingua: candidati forti, credibili, obiettivi giusti ed onesti, conditi con un’avvertenza che Joe Biden - e Obama con lui - hanno saputo esprimere con efficacia: questa è la democrazia americana, e non siamo pronti a regalarla al primo gangster di passaggio.

Molte cose cambieranno adesso nel mondo.
Il sovranismo è finito, si sente dire, anche da chi fino a ieri lo considerava con simpatia… chissà che qualche buona vibrazione arrivi anche in Italia, paese in cui i sostenitori di Trump e i detrattori di Biden sono veramente parecchi, e in cui il sovranismo è al governo.

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