Arrivi e partenze

Gemma Calabresi. Il lungo cammino verso il perdono

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 - la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 - la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Ho scritto questo libro perché vorrei dire a tutti che anche dopo un dolore lacerante si può ripartire e trovare la gioia. Anche dopo tanta tristezza, tradimento, calunnia, si può tornare ad avere fiducia nell'umanità.

Il perdono è un cammino lungo, a volte.
Specie se coloro che si debbono perdonare si sono resi responsabili di un fatto gravissimo, capace di tagliare la vita di chi resta in due parti distinte: un prima e un dopo. Il prima, nella vita di Gemma Calabresi, sono stati gli anni passati assieme al marito, il Commissario di PS Luigi Calabresi, in una Milano sconvolta dall'attentato di Piazza Fontana e da tutto ciò che a quella bomba infame fece seguito. 

Il dopo è stato il cammino intrapreso nella fede e nel perdono, per non avvelenarsi definitivamente la vita con l'odio verso coloro che si erano resi responsabili dell'assassinio del marito. Oggi, a cinquant'anni dai fatti, Gemma Calabresi è in pace con sé stessa e con il mondo, e il libro che ha scritto, "La crepa e la luce", è il suo messaggio per dire a tutti che anche dopo un fatto terribile come quello che ha colpito lei e la sua famiglia, è possibile ricominciare a vivere e a nutrire fiducia nell'umanità.

La crepa e la luce. Sulla strada del perdono. La mia storia

Un racconto che, partendo dalla vita di una giovane coppia che viene sconvolta dalla strage di Piazza Fontana, attraversa mezzo secolo, ricucendo i momenti intimi e privati con le vicende pubbliche della società italiana. Un'intensa e sincera testimonianza sul senso della giustizia e della memoria. Una storia di amore e pace.

L'INTERVISTA

In epigrafe al libro lei cita Khalil Gibran “Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte”: quando ha percepito distintamente che la notte che stava attraversando stava avviandosi verso l'alba, che filtrava della luce?

Quella stessa mattina del 17 maggio del ‘72, quando è stato ucciso mio marito Luigi Calabresi, io ho ricevuto in quel giorno, in quel momento, dopo che mi hanno detto che lui era morto, il dono della fede: una fede che non ti toglie il dolore, non ti toglie la sofferenza, ma gli dà significato, non ti fa sentire sola, ti dà la speranza, quantomeno, e piano piano, nel tempo, ti ridà la gioia di vivere.
Io l'ho avuto da subito, anche se poi ho avuto anni di tristezza, anni di sconforto, anni di pianto… al punto di toccare il fondo completamente, perché nel primo periodo seguito all’omicidio, nei primi sei mesi della mia vita dopo la morte di Gigi io, andando a dormire facevo una fantasia - era solo una fantasia, non è che avrei davvero avrei voluto metterla in atto - era la fantasia di riuscire ad entrare nei “loro” ambienti, nell'ambiente dei responsabili della morte di Gigi e riuscire un giorno a farmi dire da qualcuno, a farlo  vantare di averlo ucciso.
E io, allora, avrei tirato fuori dalla mia borsetta una pistola e avrei sparato.
Ecco: io mi vergogno tanto, oggi, di questa fantasia che facevo… eppure vi confesso che allora mi faceva stare bene, quei dieci minuti prima di dormire col Tavor… è qualcosa che non mi appartiene, neanche come famiglia di origine, questo tipo di fantasia.  Ed è anche per questa ragione che ho scritto questo libro: perché vorrei proprio dire a tutti che anche dopo un dolore lacerante si può ripartire e ritrovare la gioia, anche dopo tanta tristezza, tanto male, tanto tradimento, tanta calunnia, si può credere ancora negli altri, nell'umanità. E anche dopo, si può cambiare giudizio su delle persone che per te, prima, erano tutto il male del mondo e quindi si può ritornare a vivere e ad essere felici. Io questo vorrei dire, con questo libro.  

Alla presenza del Presidente della Repubblica Napolitano, nel 2009, si incontrano Gemma Calabresi e Licia Pinelli. “Finalmente!”, è stato l'avverbio con cui due delle parti in causa in una storia tanto complessa salutano l'avvenimento. Qual è stata la sensazione che ha provato nello stringere la mano - e poi nell'abbracciare - la vedova di Pino Pinelli?

Devo fare un passo indietro, per prima cosa: il presidente Giorgio Napolitano, prima della giornata della memoria delle vittime di terrorismo, che cade il 9 maggio, ha detto che voleva dare un chiaro segno di pacificazione al paese, invitando queste due donne a riconciliarsi.
Noi non ci siamo mai odiate. Semplicemente, la politica e la storia ci volevano contrapposte e ci volevano nemiche e quindi spesso hanno cercato di strumentalizzarci. Noi siamo sempre rimaste in silenzio, ma quando l'ho saputo non nego che mi è mancato un po’ il fiato…  poi ho pensato “anche in quella casa, un giorno, il papà non è più rientrato. Ma chi più di noi due può capire l'altro?” e quindi sono stata contentissima di fare questo gesto, di andarla a conoscere, perché era giusto, significava poter leggere finalmente in un altro modo la sofferenza che ci univa. Quando sono entrata al Quirinale, nella sala, sono andata verso di lei che era già entrata ed era seduta. Le ho dato la mano - ci siamo strette la mano – poi, dopo, ci siamo guardate negli occhi e ci siamo abbracciate. Io ho detto “Finalmente!” e lei mi ha detto “Peccato non averlo fatto prima”.
È stato come ci fossimo sciolte… una storia bellissima. Ci siamo abbracciate e questo è uno dei più bei ricordi che conservo.

Prima accennava al suo sogno di vendetta: quel momento è durato poco, come ha spiegato, ma oggi cosa prova, nei confronti delle persone che presero parte a quell'agguato?

Io ho fatto questo cammino lungo, difficile, e posso dire che sono partita da quel necrologio che ho scritto sul corriere della sera - veramente l'aveva scritto mamma per conto mio, perché io non sarei stata in grado, quel giorno - però ha scritto “padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Io ho accettato, pensando che era il momento giusto di rispondere a tanta rabbia, a tanta violenza, con parole d'amore.
Come cristiana sapevo che dovevo perdonare e ho ripreso questa frase. Mi sono detta “è giunto il momento di farla mia. L'hai scritta, l’hai firmata…”. Però, improvvisamente, l'ho letta in un altro modo: perché Gesù, figlio di dio, non li ha perdonati direttamente e ci indica questa strada. Lui, in quel momento, era uomo e sapeva che per noi uomini sarebbe stato impossibile perdonare nel momento del dolore fisico, del dolore spirituale, nel momento dell'abbandono, del tradimento, della solitudine. E quindi ci indica questa strada: chiedere al padre di farlo al posto nostro.
Io mi son sentita alleggerita, perché, come credente, mi son detta “dio ha già fatto per me. Io ho il tempo del cammino e certamente non sarà solo a farlo”. Quindi mi ha dato questa frase, è stato il primo scalino sul quale mettere il piede per salire nel percorso di perdono. Oggi posso dire - ma veramente con sincerità, col cuore, con leggerezza - che io quasi ogni giorno prego per loro, perché abbiano la pace nel cuore.

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