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Jim Morrison, genio ribelle

Immagine tratta dal libro "Tutti gli scritti di Jim Morrison. Poesie, diari, appunti e liriche" a cura di Riccardo Bertoncelli, Fabrizio Coppola, Mondadori Electa, 2022

Immagine tratta dal libro "Tutti gli scritti di Jim Morrison. Poesie, diari, appunti e liriche" a cura di Riccardo Bertoncelli, Fabrizio Coppola, Mondadori Electa, 2022

«Aveva una genialità unica che ha espresso con libertà e senza compromessi». 

Questo disse il padre di Jim Morrison, ufficiale d’alto grado e tutto d’un pezzo, una decina d’anni dopo la morte del figlio, avvenuta il 3 luglio del 1971 nella vasca da bagno di un appartamento al civico 17 di rue Beautreillis a Parigi. Aveva solo 27 anni

Bella forza! direte voi. Quale padre non parlerebbe con orgoglio del proprio figlio? 

In questo caso, però, si rischia di prendere una cantonata. Perché i due avevano un rapporto parecchio complicato. 
James Douglas Morrison - se ancora fosse vivo, l’8 dicembre compirebbe 80 anni - e suo padre, l’ammiraglio George Stephen Morrison, incarnavano due Americhe che più antitetiche non si può, nella seconda metà degli anni Sessanta

Sì, perché l’ammiraglio Morrison comandava una divisione di portaerei al largo delle coste del Vietnam, al culmine della fama del figlio, poeta e rockstar ribelle, quasi uno sciamano, che non lesinò bordate all’establishment americano. Nei 54 mesi di vita coi Doors, per molti "i Rolling Stones d’America", fu l’idolo di una generazione che, accorrendo in massa alle sue performance che tanto urtavano il comune senso del pudore e irritavano i poteri forti, sembravano esprimere il bisogno di cambiare il mondo così com’era stato fino a quel momento.  

Mica facile, il rapporto tra i due. Basti ricordare che nelle bio del gruppo Morrison dichiarava di essere orfano di entrambi i genitori. E il padre? Avrebbe preferito vederlo in divisa, certo.
Ma si spinse oltre: diffidò il primogenito dal fare il cantante, dicendogli che era privo di talento e intimandogli di trovare un lavoro degno di questo nome. 

Quando parlò in questi termini, non sapeva nemmeno che il figlio suonasse nei Doors e che già aveva dato alle stampe un disco. E che disco! The Doors (1967), tra i migliori debutti mai prodotti nella storia del rock, un mix di rabbia giovanile e furia iconoclasta, con gemme immortali come Light My Fire, Break On Through (To The Other Side), senza dimenticare gli 11 minuti e passa di The End, che in seguito sarebbe stata utilizzata come introduzione del capolavoro di Francis Ford Coppola Apocalipse Now

Dopo quel “consiglio” tutt’altro che spassionato, tra i due sarebbe calato il gelo. Già prima non si vedevano, da quel momento in avanti non si sarebbero neanche più sentiti. Per sempre.

Tuttavia, la libertà a cui faceva riferimento l’ammiraglio Morrison nella frase di cui sopra, è sempre stata l’autentica stella polare del cantante e ispiratore della musica dei Doors, nonché uno dei massimi istrioni della cultura americana dell’epoca. La sua magnifica ossessione, coltivata a colpi di canzoni, ma anche con le sue poesie. 

«Sono attratto da tutto ciò che riguarda rivolta, disordine, caos e, in particolare, da tutto il fare che all’apparenza è insensato. Mi sembra questa la strada che conduce alla libertà», diceva l’acuto protagonista di quella breve ma intensa stagione creativa che, per quanto non leggesse la musica e non sapesse nemmeno suonare, è diventato una delle icone del rock del Novecento (e ancora oggi, a oltre mezzo secolo dalla sua morte, i ragazzini indossano T-shirt con il suo volto impresso e consumano su Spotify le sue canzoni). 

Non è sufficiente? «Se la mia poesia ha uno scopo, beh è quello di liberare chi legge dei limiti del suo vedere e sentire».
Un motto a cui tentò di rimanere sempre fedele. Quando fu crocifisso e rischiò la galera e i lavori forzati, in un penitenziario del Sud degli Stati Uniti, dopo  un’esibizione decisamente sopra le righe in un hangar riempito all’inverosimile, in quel di Miami nella primavera del 1969, al costo di una condanna in primo grado per oltraggio al pudore e linguaggio osceno, l’imputato Jim Morrison si difese dai giudici e dall’opinione pubblica più conservatrice, sostenendo che quelle imputazioni non facevano altro che «mettere in discussione la libertà artistica e di espressione».

Di più, volevano mettere un bavaglio al suo essere artista: strafatto, ubriaco e trasgressivo quanto volete, ma pur sempre artista. Artista H24. Uno che decise di chiamare la sua band "Doors" in onore di William Blake, tra i suoi idoli letterali sin da adolescente. Proprio Blake scrisse: «Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all'uomo come in effetti è, infinito». 

«Un artista lavoratore», lo ha definito Frank Lisciandro, l’amico che aveva il permesso di ritrarre i guizzi della star dei Doors come e quando voleva, e che ne ha curato la sterminata opera poetica, perché la scrittura è sempre stata la costante di “King Lizard", la cui inconfondibile voce cavernosa, che evocava spesso il buio, il nulla e l’ignoto, trascinava l’ascoltatore «nel magico regno del sogno».

Come dargli torto? Morrison ha registrato sette album di canzoni, la maggior parte scritte da lui, senza per questo nulla togliere all’organo frizzante di Ray Manzarek, alla chitarra allucinogena di Robby Krieger e all’evoluzione in bilico tra jazz e blues di John Densmore, i suoi compagni di viaggio che la comune vulgata ha percepito sempre come comprimari: per molti si è trattato di un unico, tribolatissimo e discutibile trip psichedelico andato in scena fra il 1967 e il 1971, l’anno di uscita del ritorno alle radici blues con L.A. Woman (contenente la gettonatissima Riders On The Storm) e della sua prematura scomparsa.

Ha fatto tour nelle Americhe e in Europa. Ha realizzato due film ai tempi della scuola di cinema all’UCLA di Los Angeles. Ha registrato ore della sua poesia in studio e pubblicato quattro libri, incluse tre edizioni auto-finanziate. In tutto questo, Morrison, per dirla con Lisciandro, «ebbe a che fare con un’immagine pubblica che finì per assumere proporzioni scandalose e alla fine incontrollabili».

Hanno descritto Morrison come un’anima intrappolata tra Paradiso e Inferno, l’ennesima rockstar caduta e bruciata. Ma viene naturale fare una constatazione: come puoi bruciarti, se prima non ti eri acceso?

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