Diario di bordo

Paul Ginsborg: in memoria di uno storico inglese

Venerdì 13 maggio

Ne avrete letto, e probabilmente molti di voi hanno letto i suoi libri; ancora giovane, è morto a Firenze Paul Ginsborg, cattedra di storia contemporanea, inglese naturalizzato italiano. Ginsborg era l’opposto sia del “barone” che del demagogo o dello storico militante, anche se si definiva un “figlio del ’68, incline a non sopportare i soprusi”; timido, ironico, un prodotto di eccellenza dell’accademia di Cambridge, si era trasferito in Italia per “innamoramento” del nostro paese, come succede da secoli ai migliori inglesi.
Insegnava a Firenze, con grande delizia dei suoi allievi, e scriveva della nostra storia risorgimentale (come aveva fatto, nella generazione precedente, Denis Mack Smith, cui si devono i libri più letti in Italia su Garibaldi, Mazzini e Cavour); i suoi mentori italiani erano stati Vittorio Foa, Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, il mondo dell’azionismo, che considerava il sale della terra della migliore politica italiana; improvvisamente divenne, sicuramente suo malgrado, protagonista della nostra vita politica, guidando nel 2002 a Firenze un “corteo di professori” – forte di 15.000 presenze! – che pacificamente protestavano contro le mire autoritarie di Silvio Berlusconi, appena eletto a furor di popolo.
Ginsborg era stato più coraggioso di tanti altri, e più lungimirante: aveva capito quanto fosse necessario opporsi a una deriva della democrazia che aveva già avuto altri precedenti in Italia, in primo luogo il fascismo. Da quel corteo, prese avvio in Italia una (breve) stagione di protesta, detta “la stagione dei girotondi”, di grandi e pacifiche dimostrazioni che, perlomeno, diedero voce alla dignità perduta dal nostro paese.

Paul naturalmente non si gettò in politica – non era il suo stile – e fece bene; tornò a studiare e ad insegnare.

Due i suoi contributi maggiori alla conoscenza profonda della società italiana: l’individuazione della “famiglia” e dei suoi interessi, come la molla primaria delle motivazioni politiche, a differenza di tanti altri paesi. Il secondo, porta la sua firma: esiste in Italia un “ceto medio riflessivo”, fatto di persone che insegnano nella scuola pubblica e nell’università, sono attivi nei loro sindacati industriali, nell’associazionismo del più vario genere, coltivano la curiosità culturale e hanno interesse nella politica civica; persone che leggono libri e non curano necessariamente come primo valore esistenziale l’arricchimento della loro famiglia…

Ecco: quello è il miglior lascito dell’Italia risorgimentale, su cui Paul aveva cominciato ad osservarci.

Addio, Paul. L’Italia continuerà a leggerti, e, leggendoti, ad essere migliore di quanto appare.      

I libri di Paul Ginsborg

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