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Titillare: la parola del mese di Vera Gheno

Illustrazione di Irene Coletto, 2023

Illustrazione di Irene Coletto, 2023

Una delle ipotesi che tentano di spiegare l’emersione del linguaggio nella specie umana si chiama bow-wow theory: secondo questa teoria, gli esseri umani avrebbero iniziato a parlare imitando i suoni che li circondavano (versi degli animali, canti degli uccelli, l’acqua che scorre, il fuoco che scoppietta…). È una possibilità affascinante, ma considerata scientificamente poco attendibile: in qualunque lingua, le parole onomatopeiche, dette anche fonosimboli, sono in numero troppo ristretto per poter essere considerate le progenitrici di tutto il sistema linguistico, oltre che variare da idioma a idioma (il gallo fa chicchirichì in italiano, ma kukurikú in ungherese e cockadoodledo in inglese!).

Nonostante il flop della bow-wow theory, le parole fonosimboliche rimangono fonte di indubbio fascino per chi se ne interessa; per esempio, non è così diffusa la consapevolezza del fatto che barbaro, termine che veniva usato nell’Antica Grecia per definire gli stranieri, è a sua volta una parola di origine onomatopeica, dato che nasce dal suono bar-bar, che veniva usato per prendere in giro l’eloquio incomprensibile di coloro che non parlavano Greco. Degno di nota, peraltro, che la distinzione tra “noi” e gli “altri” fosse su base linguistica; non, per esempio, in base al vestiario o alle diverse abitudini alimentari.


la parola del mese è titillare


Sono partita da lontano per arrivare alla parola di questo mese, che per l’esattezza è un verbo: titillare. Come sarà già diventato evidente dall’introduzione, anche titillare è di origine fonosimbolica: leggiamo, infatti, nello Zingarelli 2024, che deriva dal latino titillāre, ‘solleticare’, di origine imitativa, onomatopeica; la sua prima comparsa in italiano risale al 1475. Il verbo, che è transitivo (titillare qualcosa), significa ‘solleticare in modo lieve’; e poi, in senso figurato, lusingare: titillare la vanità, titillare l'orgoglio di qualcuno. Suo sinonimo è anche l’altrettanto inconsueto vellicare.

Il verbo ha attestazioni letterarie: la più famosa è di Carlo Emilio Gadda, nel primo capitolo di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957):

«Ccà ce sta una nepote cchiù ’mbrogliata,» rimuginò tra sé e sé, con quel bianco secco in Porta Paradisi che ancora gli titillava il velopendulo.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Nel giro di pochi giorni, nel marzo del 1927, un furto di denaro e gioielli ai danni di una svaporata e fantasiosa vedova, la contessa Menegazzi, e poi l'omicidio della ricca, splendida e malinconica Liliana Balducci, sgozzata con ferocia inaudita, incrinano la decorosa quiete di un grigio palazzo abitato da pescecani, in via Merulana

L’accoppiata titillare e velopendulo potrebbe “sbloccare un ricordo”, come si dice di questi tempi, a più di una persona: non può non tornare alla mente la mitica pubblicità anni Ottanta della Golia, per la quale Annamaria Testa, ispirandosi apertamente allo scrittore, conia lo slogan “galvanizza l'ugola, titilla la papilla e sfrizzola il velopendulo”. Insomma, titillare, grazie a queste comparsate, non scompare mai del tutto dall’uso; di certo, rimane un’alternativa meno scontata a solleticare, a cui fare ricorso per uscire dal recinto delle parole abituali: “Questo film titilla la mia curiosità”; “Con questi complimenti, mi stai titillando l’ego”. E ancora una volta, che figurone!

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