Dall’assedio di Troia a ai cavalier, arme e gli amori narrati da Ludovico Ariosto, il racconto della guerra continua da secoli ad affascinare l’umanità. Nel suo ultimo libro, riedizione ampliata di un testo originariamente uscito nel 2003, Antonio Scurati tenta di comprendere cosa si intenda per cultura della guerra e in che modo si sia declinata negli ultimi tre millenni nella narrazione epica del mondo antico, in quella romanzesca del mondo moderno e in quella televisiva nel mondo contemporaneo.
La guerra accompagna l'umanità fin dalle sue origini. Il racconto che la civiltà occidentale ne ha fatto si è declinato essenzialmente in tre modi – la narrazione epica nel mondo antico, quella romanzesca nel mondo moderno e quella televisiva nel mondo contemporaneo.
Un concetto che a detta dello scrittore è stato spesso travisato in nome del pacifismo, quando in realtà la chiave per un mondo finalmente privo di conflitti armati è comprendere proprio che pacifismo e cultura della guerra sono strettamente interconnessi:
Pacifismo non significa mancanza di una cultura della guerra, anzi il pacifismo presuppone una cultura della guerra. Ma la cultura della guerra non significa culto della guerra, tutt'altro! Significa un patrimonio di conoscenze, di competenze, di cognizioni su cosa sia la guerra, come si generi, come nasca, come venga combattuta, e soprattutto come la si eviti
E se è fondamentale conoscere il passato per evitare di ripeterlo, l’ultimo libro di Antonio Scurati considera la guerra da un punto di vista atipico, quello dello scrittore. La guerra come argomento, ambientazione e protagonista, la guerra come archetipo letterario primigenio, tema su cui cantori e narratori si sono messi alla prova fin dai tempi di Omero.
Nel tempo, il modo in cui si racconta la guerra è cambiato, così come è cambiato il modo stesso di combatterla, come del resto Antonio Scurati aveva già messo in luce in uno dei suoi precedenti romanzi, Il rumore sordo della battaglia. “Già ai tempi della polvere da sparo gli storici inglesi parlavano di una vera e propria gunpowder revolution: i loro contemporanei inorridivano di fronte alla nuova tecnologia incarnata dalle armi da fuoco, però per secoli si sono sforzati di continuare a trovare nella guerra quella dimensione rivelatrice di verità. Hanno continuato a eroicizzarla fino alle due apocalissi belliche del Novecento. Solo allora si è diffusa una coscienza pacifista, che in sé presuppone non solo un rifiuto del militarismo tradizionale e del bellicismo, ma della guerra in quanto tale”.
Nella nostra intervista, Antonio Scurati dedica qualche parola anche al modo in cui l’undici settembre ha cambiato la percezione occidentale dei conflitti e al motivo per cui il terrorismo mediatico può essere definito una vera e propria forma di violenza para-bellica, ma soprattutto sottolinea il modo in cui i mezzi di comunicazione di oggi hanno creato un pericoloso paradosso percettivo.
Tu un libro lo prendi in mano e lo leggi… puoi cercare al suo interno una qualche verità sul mondo che ti circonda, ma sai che si tratta di un oggetto che funziona in modo simbolico attraverso lettere e segni. L'immagine al telegiornale invece ti entra in casa in presa diretta, generando l'illusione della presenza: ce ne stiamo seduti comodamente sulla poltrona di casa nostra, sorseggiando una birra fresca, ma quell’immagine ci illude di essere stati lì, di non aver soltanto visto ma conosciuto, capito e compreso. Eppure siamo abissalmente distanti dai carnefici e dalle vittime: più le distanze comunicative si accorciano, più aumentano quelle esperienziali che dividono noi e loro
Con la consueta lucidità, l’autore di Guerra mette quindi in guardia dalle pericolose conseguenze che questo paradosso può generare, sottolineando come la maggior parte dei conflitti ci veda oggi come meri telespettatori.
Ma quando domandiamo allo scrittore in che modo sta comunicando alle proprie figlie il conflitto in corso in Ucraina, Scurati resta in un sorpreso e sorprendente silenzio: “Sai qual è la verità? Ho dedicato anni di studio alle narrazioni della guerra, e ho scritto a mia volta della guerra all’interno dei miei romanzi… ma la verità è che io e le mie figlie non ne parliamo. Forse dovrei farlo. Sì, forse dovrei”
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