Diario di bordo

We'll meet again

Martedì 20 settembre

Tutti noi – dico noi cinque miliardi di persone, secondo le stime – abbiamo visto quello spettacolo magnifico e pauroso, divertente e surreale e in fin dei conti eterno, che sono stati i più grandi funerali della storia dell’umanità. L’arte degli inglesi di stare in coda, lo spontaneo sense of humor della penna biro regalata a Carlo III – “just in case” – e lui che sta al gioco; la Scotland Yard dai mille occhi, le Bentley e le Rolls Royce, e tutte quelle divise, quei cappelli di pelliccia che chissà dove li tenevano; l’avviso “basta sandwich con marmellata per l’orso Paddington davanti a Buckingham Palace”, il fantastico vestito di Megan, disegnato da Stella McCartney … Ma ognuno avrà la sua storia da raccontare.
E questo è il bello.

Mi sono venuti in mente altri storici funerali.
Nel 1953, in Argentina, venne sepolta una donna di 33 anni diventata il mito del Novecento. Si chiamava Evita Peron, non aveva fatto nulla se non “esistere” e dunque provare che anche le figlie illegittime possono avere un futuro. Milioni alle esequie, il suo cadavere imbalsamato, lei dichiarata “immortale”. Mi sono venuti in mente i funerali dell’ayatollah Khomeini a Teheran, nel 2005, con dieci milioni di persone e centinaia di morti per “estasi”. I quattro milioni a Roma per Wojtyla, che scandivano “santo subito!”, ed era l’anno 2005.
Il milione per il comunista Enrico Berlinguer, sempre a Roma, nel 1984…

Che cosa aveva di diverso, il funerale di Elisabetta II? Secondo me, era diverso perché non era duro, non era fanatico, non era vendicativo.
Era un dolce ricordo, come ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, di una persona che aveva “lavorato” tutta la vita.
Coloro che servono saranno amati e ricordati, mentre coloro che cercano il potere e il privilegio saranno dimenticati”. Belle parole, davvero.

Il più bel discorso, secondo me, la Regina lo fece il 5 aprile del 2020, all’inizio della terribile pandemia, quando ci tenne a ringraziare la sanità pubblica, che il primo ministro Boris Johnson aveva invece disprezzato. E poi aggiunse quel famoso “We’ll meet again”, che era la famosa canzone che nel 1940 accompagnava i soldati inglesi che partivano per la guerra.

Di tutti i leader del mondo, era stata la più umana.

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