Tracce di Tito

Deformazioni ex-professionali

Come ho già confessato qui, ho la cattiva abitudine di sentire un disco soltanto una volta e poi archiviarlo, talora per sempre. Anche se mi è piaciuto. Un approccio simile a quello che si ha con i libri e, quasi sempre, con i film. D'altra parte, esistono pochi libri che ho riletto varie volte e rari film che ho rivisto. E una manciata di album che continuo a consumare. Per esempio, ogni Natale mattina, metto su Illinoise di Sufjan Stevens. Lo canticchio insieme a mia figlia, da quando era appena più di una bambina, aprendo i pacchetti dei regali. (Ascoltatelo anche voi, tutto l'anno.)

Questa degli ascolti singoli è una brutta e, per dirla tutta, dispendiosa abitudine che però mi sto levando. Ma ha in sé qualcosa di buono: quando sento un disco la prima (che magari diventa anche ultima) volta, mi concentro moltissimo. Mi siedo alla distanza e all'altezza giuste rispetto alle casse. Cerco di essere a casa da solo. Sto in silenzio, con lo sguardo nel vuoto oppure concentrato sui testi in copertina. Mi sforzo di capirlo subito, quel disco, di entrarci dentro senza distrarmi.

Come sto facendo con lo straordinario Promises, di Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra. Poderosa miscela di quasi ogni genere musicale, dall'elettronica al jazz, passando per la classica e l'alt-rock.

È un approccio che deriva da un'epoca remota e indimenticabile, quando in giovane età facevo il giornalista musicale. Capitava che mi riducessi, spesso nei fine settimana, a dovere ascoltare una mezza dozzina di dischi, se non di più, e recensirli a stretto giro di posta. Siccome ho sempre preso molto seriamente il mio lavoro, soprattutto quando mi diverte molto, quei dischi li ascoltavo tutti dal primo all'ultimo pezzo. Non saltabeccando come - lo sapevo bene - facevano alcuni colleghi.

Un disco merita di essere fruito così, almeno la prima volta. Perché, conoscendo e frequentando parecchi musicisti, ancora oggi, ho sperimentato quanta fatica, quanto impegno, quanta attenzione a ogni dettaglio ci siano dietro la produzione di ogni pezzo. Ascoltarlo distrattamente, è come vedere un film leggendo un libro... o leggere un libro guardando un film.
O entrambe le cose stando su Twitter, per dire.

Ai tempi del giornalismo, ho però preso anche un'altra abitudine, non so quanto buona. Andavo a così tanti concerti per lavoro, che era impensabile, anche su un piano fisico, che quasi ogni sera io facessi a gomitate per arrivare sotto al palco. Spesso avrei potuto accedere al backstage, è vero, ma lì la musica non si sentiva bene, stando praticamente dietro le casse.
E poi mi metteva in imbarazzo. Allora, insieme ad altri colleghi, stavo indietro, più tranquillo.

Anche bevendo una birra, e scambiando due chiacchere a commento del concerto di turno.

Faccio così anche oggi, quasi sempre. Non più con i colleghi, ma con amici vecchi e nuovi. Ed è piacevole prendersela comoda, trasformando uno show in un momento di socialità.
Lo era, cioè, perché è troppo tempo che i concerti scarseggiano, per i motivi che tutti sappiamo, e la nostalgia diventa sempre più forte.

Quasi faccio un fioretto: se torna la musica dal vivo, al primo concerto mi piazzo in prima fila in silenzio o, meglio e peggio ancora, cantando in coro come un vero fan.
(Al momento, un mio confessabilissimo desiderio sarebbe un concerto di Marracash, perché Noi, loro, gli altri è un disco di quelli che sentirò tante volte, senza dovermi sforzare.)

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